di frappacchio

La morte ai tempi dei Social Network

C’è stata una fase della mia vita in cui mi sono chiesto, se nel giorno in cui sarei morto, sarei andato all’inferno o in paradiso.
Da piccoli non si ha una forte capacità di scernimento tra giusto e sbagliato e, a volerla dire tutta, nemmeno adesso.
Bastava un nulla per sentirsi colpevoli e ancora meno per sentirsi santi-subito.
Fortunatamente questa fase è durata poco.
Dopo è arrivata la fase in cui mi sono chiesto se esistono l’inferno o il paradiso. Ora mi chiedo più semplicemente se esista qualcosa (qualunque cosa) dopo la morte.
Non lo so ed ovviamente diffido da chiunque creda di avere la risposta.
Una delle affermazioni più POP che ho sentito in fatto di morte è stata una dichiarazione di uno che con la morte ci ha fatto davvero i conti: Freddie Mercury.
Ad una domanda relativa alla morte ha risposto una cosa del tipo: “…se esistono, preferirei andare all’inferno anzichè in paradiso…”. Freddie tranquillo che se la chiesa ha messo uno dei suoi buttafuori all’ingresso, sei stato accontentato.

Sono passati anni e la dicotomia tra paradiso ed inferno è ormai appannaggio per discoteche e feste di quart’ordine.
Allora cosa possiamo fare adesso? Dove andranno a finire le persone che abbandonano questa vita? Cosa determinerà il peso dell’esistenza terrena appena terminata?
I Social Network.
E’ sui social che si dibatte su cosa uno ha fatto in vita. Ci sentiamo tutti dei piccoli San Pietro o dei piccoli Thot misurando la qualità delle “opere” del defunto.
Sulla bilancia si mettono le canzoni, i film, i testi, le citazioni dando il via ad un processo pagano di beatificazione (è quasi sempre beatificazione di massa).
Twitter si occupa della presa in carico delle personalità più cool, quelle di cui non ci si vergona affatto, arrogandosi (più che altro per delega) il titolo di paradiso di serie A. Li si sviscerano le opere più di nicchia, le opere che neppure il defunto sapeva di aver portato a terime. Se còlte meglio, magari di nicchia (bootleg, opere prime mai publicate ma ora capolavori senza tempo, brani registrati sotto la doccia o testi rimasti per anni in un floppy-di-un-amico-che-mi-ha-passato-questo-doc).
Insomma se è trend topic per più di un giorno ha praticamente già passato gran parte delle prove.
Su Facebook il personaggio famoso trapassato si appresta ad una trafila più articolata. Si comincia col pubblicare video di sue apparizioni recenti, diventa un avatar, se gli va bene pure un meme, viene citato, si aprono pagine, si creano gruppi e si entra nel fanatismo più “fast-food”. Il caro estinto (caro inteso come conosciuto ed apprezzato, non  in quanto parente) passa molto più tempo nel limbo, nel tunnel in fondo a cui c’è la luce.
Facebook ha una memoria storica molto più forte di quella di Twitter e permette di andare ad creare dei cluster permanenti.
Ci sono le foto, ci sono i post, ci sono i link alle pagine di un quotidiano con l’anteprima.
Solo su Facebook, però,  il defunto avrà la possibilità di comunicare con noi mortali, molto spesso attraverso YouTube, usandolo come una tavola OuiJa.
Appariranno tutta una serie di comunicazioni postume da fare invidia ad album come “Made In Heaven” del sopra citato Freddie Mercury.
Quando morirò , parafrasando sempre Freddie, preferisco andare su Facebook anzichè su Twitter.

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Oggi è morto Lucio Dalla. Ho ascoltato molte volte le sue canzoni e mi dispiace per la sua morte.
Quello che ho scritto è più o meno quello che penso succederà anche per lui.
Con tanta ironia e sperando di fare cosa gradita, ti auguro buon viaggio.

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